Berlino 2016 Orso d'Argento a L'Avenir della francese Mia Hansen-Løve
Berlino 2016 Orso d'Argento a L'Avenir della francese Mia Hansen-Løve.
Mia Hansen-Løve ha solo 35 anni, ma L'Avenir è il suo quinto lungometraggio. Prima di questo film, premiato con l'Orso d'Argento alla Berlinale 2016 ci sono stati:
Tout est pardonné, Le Père de mes enfants, Un amour de jeunesse ed Eden.
L'Orso d'Argento è il premio dedicato alla miglior regia e L'Avenir lo ha ampiamente meritato. Poteva ambire anche a qualcosa in più, ma quello che penso in proposito l'ho già detto.
Mia Hansen-Løve, realizza un film praticamene perfetto, un mirabile ritratto di un certo milieu parigino, che lei conosce benissimo, quello dell’intellettualità borghese. Dei bobos di ottimi gusti, e di ancora meglio letture, naturellement di sinistra (impensabile il contrario), gente di eleganza sobria e contenuta fino all’invisibilità, comunque lontana da ogni volgare eccesso di soldo esibito, da ogni smania da rozzi parvenu. Gente antipatica, ma indispensabile al panorama antropologico parigino.
Mia Hansen-Løve, lei stessa un prodotto di questo ambiente, penetra attraverso la macchina da presa in questo odioso mondo dell'Intellighenzia parigina, fatta di gente che si indigna per le differenze sociali e poi manda i figli in prestigiose scuole private. Ossessionata dall'imperativo di evitare l'eccesso (anche nei sentimenti) e il cattivo gusto, nemico numero uno di questa umanità che si sente
superiore proprio in virtù della sua presunta apertura intellettuale.
Un’umanità malata di efficienza e di astrazione, il cui territorio emotivo sembra subire di giorno in giorno un processo di essiccamento che permette a ogni ferita di non incidere mai nel profondo e a ogni dolore di non perdurare mai troppo a lungo.
La morte della madre o un divorzio imminente provocano solo il minimo sconvolgimento necessario. Poi la vita continua e ai cambiamenti ci si adatta, flessibili come si deve al giorno d’oggi.
Mia Hansen-Løve potrebbe graffiare di più e non lo fa.
Si muove con grazia, confezionando un prodotto leggiadro e morbido, ma proprio per questo efficace. Il non affondare la lama fino infondo, il sollevare il velo senza strapparlo, il non superare il confine dell'ironia può apparire vigliacco, e forse un po' lo è visto che se vuoi andare ai festival è proprio a quella gente che devi piacere, mentre in realtà è una sottigliezza sorniona che permette di far ridere di se stessi gli interessati senza quasi che se ne accorgano.
Coraggiosa e significativa anche la scelta di portare sul grande schermo la vicenda di una donna sopra i cinquanta anni in procinto di affrontare il proprio divorzio (magnificamente interpretata da Isabelle Huppert). Argomento, questo della mezza età, cui il cinema riserva pochissimo spazio.
La giovane regista parigina va in controtendenza a una visione del mondo che tende ad esorcizzare vecchiaia e morte marginalizzandoli quasi fino alla negazione o, al sentito dire.
Così anche la capacità della protagonista di ricostruirsi grazie alla propria centralità e indipendenza intellettuale, rimane sospesa ad un limite non detto: quello della vecchiaia imminente ed ineluttabile rappresentata dalla madre di lei (un ottima Edith Scob).
In definitiva un ottimo prodotto. Un autentico Conte Philosophique stile Rhomer, senza gli eccessi intellettualistici tipici del grande maestro.
L'Avenir è un ottimo film delicato, leggero ed intenso. Un'opera che, se non avesse avuto a che fare con il politicamente corretto, avrebbe potuto ambire all'Orso d'Oro.
Ma, ça va sans dire, oggi un film da festival deve durare intorno ai 120 minuti ed informarci adeguatamente sulla necessità di un mondo senza differenze di cultura, di sesso e di pensiero.
Evviva.
Trama del film
Nathalie ha cinquantacinque anni, due figli, un marito e una madre fragile. Insegnante di filosofia, la sua vita si muove tra casa e scuola, principi filosofici e interrogativi morali. Affidabile, onesta e leale, Nathalie si prende cura della sua famiglia e di una madre anziana sfinita dalla vita. Il suo procedere spedito dentro le cose umane è interrotto dalla confessione improvvisa del consorte, che vuole lasciarla per un'altra, e dalla morte della madre, ricoverata a malincuore in una casa di riposo. Disorientata dal doppio abbandono e da una libertà ritrovata, Nathalie ripiega nel 'rifugio' di un ex allievo brillante e anarcoide. In quell'intervallo esistenziale e in compagnia di una gatta nera ereditata, ritrova il senso e il bandolo di sé.
Cast e produzione
Titolo originale: L’avenir / Regia: Mia Hansen-Løve / Sceneggiatura: Mia Hansen-Løve / Interpreti: Isabelle Huppert, André Marcon, Edith Scob / Fotografia: Denis Lenoir / Montaggio: Marion Monnier / Scenografia: Anna Falgueres / Produzione: CG CINÉMA / Francia, 2015 / Distribuzione: Les Films du Losange / Durata: 100 minuti
Mia Hansen-Løve ha solo 35 anni, ma L'Avenir è il suo quinto lungometraggio. Prima di questo film, premiato con l'Orso d'Argento alla Berlinale 2016 ci sono stati:
Tout est pardonné, Le Père de mes enfants, Un amour de jeunesse ed Eden.
L'Orso d'Argento è il premio dedicato alla miglior regia e L'Avenir lo ha ampiamente meritato. Poteva ambire anche a qualcosa in più, ma quello che penso in proposito l'ho già detto.
Mia Hansen-Løve, realizza un film praticamene perfetto, un mirabile ritratto di un certo milieu parigino, che lei conosce benissimo, quello dell’intellettualità borghese. Dei bobos di ottimi gusti, e di ancora meglio letture, naturellement di sinistra (impensabile il contrario), gente di eleganza sobria e contenuta fino all’invisibilità, comunque lontana da ogni volgare eccesso di soldo esibito, da ogni smania da rozzi parvenu. Gente antipatica, ma indispensabile al panorama antropologico parigino.
Mia Hansen-Løve, lei stessa un prodotto di questo ambiente, penetra attraverso la macchina da presa in questo odioso mondo dell'Intellighenzia parigina, fatta di gente che si indigna per le differenze sociali e poi manda i figli in prestigiose scuole private. Ossessionata dall'imperativo di evitare l'eccesso (anche nei sentimenti) e il cattivo gusto, nemico numero uno di questa umanità che si sente
superiore proprio in virtù della sua presunta apertura intellettuale.
Un’umanità malata di efficienza e di astrazione, il cui territorio emotivo sembra subire di giorno in giorno un processo di essiccamento che permette a ogni ferita di non incidere mai nel profondo e a ogni dolore di non perdurare mai troppo a lungo.
La morte della madre o un divorzio imminente provocano solo il minimo sconvolgimento necessario. Poi la vita continua e ai cambiamenti ci si adatta, flessibili come si deve al giorno d’oggi.
Mia Hansen-Løve potrebbe graffiare di più e non lo fa.
Si muove con grazia, confezionando un prodotto leggiadro e morbido, ma proprio per questo efficace. Il non affondare la lama fino infondo, il sollevare il velo senza strapparlo, il non superare il confine dell'ironia può apparire vigliacco, e forse un po' lo è visto che se vuoi andare ai festival è proprio a quella gente che devi piacere, mentre in realtà è una sottigliezza sorniona che permette di far ridere di se stessi gli interessati senza quasi che se ne accorgano.
Coraggiosa e significativa anche la scelta di portare sul grande schermo la vicenda di una donna sopra i cinquanta anni in procinto di affrontare il proprio divorzio (magnificamente interpretata da Isabelle Huppert). Argomento, questo della mezza età, cui il cinema riserva pochissimo spazio.
La giovane regista parigina va in controtendenza a una visione del mondo che tende ad esorcizzare vecchiaia e morte marginalizzandoli quasi fino alla negazione o, al sentito dire.
Così anche la capacità della protagonista di ricostruirsi grazie alla propria centralità e indipendenza intellettuale, rimane sospesa ad un limite non detto: quello della vecchiaia imminente ed ineluttabile rappresentata dalla madre di lei (un ottima Edith Scob).
In definitiva un ottimo prodotto. Un autentico Conte Philosophique stile Rhomer, senza gli eccessi intellettualistici tipici del grande maestro.
L'Avenir è un ottimo film delicato, leggero ed intenso. Un'opera che, se non avesse avuto a che fare con il politicamente corretto, avrebbe potuto ambire all'Orso d'Oro.
Ma, ça va sans dire, oggi un film da festival deve durare intorno ai 120 minuti ed informarci adeguatamente sulla necessità di un mondo senza differenze di cultura, di sesso e di pensiero.
Evviva.
Trama del film
Nathalie ha cinquantacinque anni, due figli, un marito e una madre fragile. Insegnante di filosofia, la sua vita si muove tra casa e scuola, principi filosofici e interrogativi morali. Affidabile, onesta e leale, Nathalie si prende cura della sua famiglia e di una madre anziana sfinita dalla vita. Il suo procedere spedito dentro le cose umane è interrotto dalla confessione improvvisa del consorte, che vuole lasciarla per un'altra, e dalla morte della madre, ricoverata a malincuore in una casa di riposo. Disorientata dal doppio abbandono e da una libertà ritrovata, Nathalie ripiega nel 'rifugio' di un ex allievo brillante e anarcoide. In quell'intervallo esistenziale e in compagnia di una gatta nera ereditata, ritrova il senso e il bandolo di sé.
Cast e produzione
Titolo originale: L’avenir / Regia: Mia Hansen-Løve / Sceneggiatura: Mia Hansen-Løve / Interpreti: Isabelle Huppert, André Marcon, Edith Scob / Fotografia: Denis Lenoir / Montaggio: Marion Monnier / Scenografia: Anna Falgueres / Produzione: CG CINÉMA / Francia, 2015 / Distribuzione: Les Films du Losange / Durata: 100 minuti



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